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Conty Gian Contardo Colombari
Ciao, Claudio!
post pubblicato in Diario, il 18 agosto 2018

Il destino o la coerenza di vita o entrambe le cose insieme hanno sempre tenuto lontano Claudio Lolli dalle luci della ribalta.

C'è qualcosa di eroico, di silenziosamente eroico, nel realizzare capolavori, di qualunque tipo essi siano, ignorato dai più, non "premiato" secondo i propri meriti.

Cantautori, poeti, del suo stesso livello si erano accorti della sua grandezza. Come Guccini, che di Lolli adattò la canzone Keaton e la inserì nell'album Signora Bovary.

A volte essere "di nicchia" non significa isolarsi presuntuosamente dagli altri, significa solo essere ignorati dagli altri. Da quasi tutti gli altri.

Eppure, anche nel dividere la propria attività fra musica, scritti e insegnamento nei licei c'è qualcosa di grande:c'è l'umiltà di cercare più vie per dare il proprio contributo al mondo.

Di artisti, persone di Cultura come Claudio Lolli, che passano la vita in un quasi totale anonimato, che più che condannarli all'esclusione dal grande successo li salva da esso, ce ne sono tanti. Basta saperli riconoscere, basta saperli trovare.

E sono persone che vivono una vita piena, creativa e quindi appagante. Sono persone che, al contrario del protagonista di una canzone di Lolli, non cominciano a vivere forte solo andando incontro alla morte.


Il Giacomo Casanova di Matteo Strukul
post pubblicato in Diario, il 4 aprile 2018

Chi si aspettasse che il Giacomo Casanova di Matteo Strukul (Mondadori Editore) sia una nuova biografia romanzata sulla scia della fortunata tetralogia sugli esponenti dei Medici, rimarrebbe deluso. Piacevolmente deluso.

Nel senso che l'Autore in questa sua nuova e riuscitissima prova letteraria limita a soli due anni l'arco di tempo in cui narrare le avventure del celebre libertino veneziano.

Diciamo che, come tutti i grandi romanzieri, Matteo Strukul ad ogni suo libro sorprende il lettore con novità che pure rientrano in un suo ormai inconfondibile e collaudato stile letterario. E, come ogni scrittore degno di questo nome, ogni suo libro rappresenta un deciso ed evidente passo in avanti lungo la strada del perfezionamento del proprio modo di comporre opere letterarie.

La trama non risulta affatto impoverita da questa riduzione dell'ambito temporale, anzi, non abbracciando l'intera vita del protagonista essa risulta maggiormente coesa ed esaustiva nel suo dispiegarsi di vicende, di ambientazioni e di esposizioni del contesto storico in cui si svolge.

Da essa emergono comunque le qualità di romanziere di Matteo Strukul che ben conosciamo dalla lettura dei volumi del suo ciclo mediceo: intreccio avvincente di vicende, grande attenzione alla psicologia dei personaggi, precise descrizioni di ambienti, palazzi e paesaggi, rigorosa collocazione nel contesto storico pur nella necessaria "contaminazione" con le invenzioni letterari, capitoli avvincenti come un thriller e come una spy story, passaggi che possono senza alcun dubbio appartenere di diritto alla Poesia con la "p" maiuscola, esposizione chiara, lineare, che fa sì che il Giacomo Casanova si legga tutto d'un fiato, allo stesso modo in cui si beve un bicchiere d'acqua fresca o d'un buon vino veneto.

Evoluzione nella continuità, dunque, quella del Matteo Strukul romanziere, che lo fa già collocare fra i grandi della letteratura italiana contemporanea e non solo.

Romanzo d'avventure innanzitutto e poi anche storico, il Giacomo Casanova di Matteo Strukul ci offre due spunti di grande riflessione storica: quello di un grande personaggio che però opera ai margini degli eventi della sua epoca, un antieroe come lo definisce l'Autore; quello di una Repubblica di Venezia ormai immobile, incapace di rinverdire il suo glorioso passato, rigida in un conformismo di facciata dietro cui opera una classe politica incapace di rinnovarsi e di proporre soluzioni adeguate alle sfide dei tempi e intenta solo ad organizzare intrighi e giochi di potere tra fazioni. Sembra, purtroppo, l'Italia di oggi.

A maggior ragione, il Giacomo Casanova di Matteo Strukul è un romanzo da leggersi assolutamente, per assaporare un libro di grande valore e per riflettere sul nostro presente, che è sempre figlio del nostro passato.

Un'ultima considerazione: questo nuovo capolavoro dell'Autore copre due soli anni della vita di Casanova. E' lecito aspettarsi altri nuovi romanzi di Matteo Strukul su questo affascinante e un po' inquietante antieroe.

E' una speranza ma è anche una richiesta. Mia e di tutti gli altri suoi numerosissimi lettori.


Recensione a "Origin" di Dan Brown
post pubblicato in Diario, il 16 gennaio 2018

Ci sono scrittori, di talento, che in ogni loro nuova prova letteraria migliorano rispetto alla precedente, in una continuità stilistica che di volta in volta si arricchisce e beneficia del progredire dell'autore.

Il primo di essi che mi viene in mente è Matteo Strukul, la cui quadrilogia di romanzi storici sulla dinastia dei Medici testimonia non solo un grande valore già nel primo di essi, quello su Cosimo il Vecchio, ma anche un arricchimento letterario progressivo in quelli successivi.

Lo stesso non si può dire di Dan Brown. Limitandoci anche solo ai thriller incentrati sul personaggio di Robert Langdon, non si vede alcun miglioramento, alcun affinamento stilistico, alcun superamento dei suoi limiti di scrittore, già evidente in Angeli e demoni, il primo della serie.

E, francamente, nemmeno dei limiti dei suoi editor, visti i ripetuti strafalcioni contenuti in questi romanzi.

L'ultimo dei quali, Origin, non costituisce eccezione.

Certo, anche questo thriller di Dan Brown è di godibile lettura per chi non è attento ai particolari e regala comunque ai loro fruitori pagine in cui distendersi e appassionarsi.

Ma ciò ovviamente non basta a farne un capolavoro e probabilmente non rientrava nemmeno nelle intenzioni di autore ed editore.

Origin presenta la solita "browniana" mancanza di attenzione ai particolari, lo stesso stravolgere dati reali non per necessità di trama. A cominciare dal fatto che, pur essendo la Spagna una monarchia, vi si cita un "presidente del paese" ("paese" oltretutto senza l'iniziale maiuscola), carica che non esiste nel regno iberico; cosa costava indicarne il titolare come "premier" o come "primo ministro"? Non parliamo poi dell'indicato potere del re di Spagna di far svolgere indagini e ordinare arresti, potestà queste che anche in Spagna sono del governo e della Polizia, e non certo della Corte e del corpo delle Guardie Reali.

      Passando attraverso l'inspiegabile citazione di Leonardo come "da Vinci", quando in Italia il genio rinascimentale è noto semplicemente come Leonardo. Ma questo forse non dipende da Dan Brown (forse nel mondo anglosassone viene effettivamente chiamato "da Vinci") bensì dalla poca abilità di chi ha tradotto il romanzo in italiano.

      Stona anche la figura un po'i mbarazzante, e sicuramente distorta rispetto alla realtà, che in Origin fa la famiglia reale spagnola.

      Stessi difetti, stessa impostazione (sia pure con l'introduzione di nuove situazioni e nuove ambientazioni), quella di Origin rispetto ai precedenti capitoli della "saga" di Robert Langdon. Con in più una certa prevedibilità del finale, che i precedenti romanzi non avevano: già a metà trama risulta intuibile chi sia il mandante dell'omicidio di Edmond Kirsch.

      A ciò si aggiunga, come già per Angeli e demoni, un uso disinvolto e superficiale delle teorie scientifiche. La teoria che in Origin Edmond Kirsch vuole rivelare e che secondo lui porrà fine alle religioni, e cioè che la vita sulla Terra sia scaturita da scariche elettriche sugli aminoacidi, oltre ad essere già conosciuta da decenni, non ha affatto sconvolto né le basi dogmatiche delle varie religioni del pianeta né la fede di miliardi di credenti.

      E qui si dovrebbe aprire il discorso, non letterario ma etico, sull'evidente polemica antireligiosa e sopratutto anticattolica che attraversa i romanzi di Dan Brown. Polemica un po' subdola, perché seminascosta nelle pagine di thriller, i quali catturano l'attenzione per tutt'altri motivi: polemica quasi "subliminale", la più pericolosa perché può passare inosservata o essere giudicata come un mero artificio stilistico.

      Dan Brown utilizza l'arma anticattolica perché, purtroppo, attira lettori e quindi vendite di copie, la usa cioè in modo opportunista oppure i suoi romanzi sono un consapevole strumento contro la religione e contro la Chiesa cattolica?

      Non ho la risposta a questa domanda. Di sicuro, come credente e come cattolico, trovo inquietante sia che si usi l'anticattolicesimo per scopi di business editoriali, sia che un romanzo venga utilizzato per propagandare idee antireligiose e anticristiane.


Al Mamà: una delizia di bistrot a Torino
post pubblicato in Diario, il 9 dicembre 2017

Accade in ogni città di imbattersi, per caso o per utile segnalazione, in gioiellini spesso ignorati dal grande pubblico.

Ciò vale per palazzi, chiese, giardini, negozi. E vale anche per luoghi di aggregazione, come i ristoranti.

L'Al Mamà Bistrot di via Cesana 55 a Torino è per l'appunto un gioiellino: per l'arredamento, per i cibi che si consumano, per l'atmosfera che vi si respira.

Appena entrati, l'occhio cade subito sull'ordinata ed elegante disposizione di sedie e tavoli, apparecchiati con grande razionalità ed eleganza. Fra parentesi, sedie comode e tavoli solidi, che, contrariamente a quanto succede in altri locali, non ballano al minimo toccarli.

Se lo sguardo va verso l'alto, si gode un soffitto "a spighe" cioè coperto da un rivestimento con materiali che formano tante spighe di grano rivolte verso il basso: elemento, questo, penso più unico che raro nel vasto panorama dei locali torinesi e non solo torinesi.

Oltre a ciò, un'altra geniale trovata è quella di una "parete" che idealmente divide le tavolate in due spazi autonomi e che è formata da una scaffalatura riempita e sorretta da fiaschi di vino vuoti.

L'insieme è di un'originalità in cui buon gusto e funzionalità si armonizzano alla perfezione.

Quanto alla cucina del locale, essa fornisce piatti dal sapore squisito, che vengono portati ai clienti in contenitori eleganti e funzionali.

Ravioli alla bufala e spinaci, petto di anatra all'arancia e tiramisù sono solo alcune delle portate che fanno di Al Mamà un luogo di delizia per il palato.

Superfluo aggiungere che i menu vengono cambiati ogni giorno, con sapiente creatività.

Anche il pane, che di solito nei ristoranti è il cibo meno curato, qui è di eccellente qualità.

La rasserenante e conviviale atmosfera che vi si respira, e che fa sì che ogni cliente si trovi a suo agio, è merito sia del personale addetto ai tavoli che del gestore del locale, Giorgio Ortelli, la cui affabilità e sensibilità umana, unitamente all'indubbia professionalità, lo pongono a pieno diritto fra i maitre migliori.

L'invito che rivolgo dunque ai lettori è di recarsi a gustare cibi e atmosfera dell'Al Mamà Bistrot.

Un secondo invito, quello di tornarci, è del tutto inutile: chi vi si reca la prima volta ci torna di sicuro fino a far diventare l'Al Mamà Bistrot una delle sue mete preferite per passare delle ore in modo piacevole.


Cornelius Pallard e il Progetto S.C.U.O.L.A.
post pubblicato in Diario, il 7 ottobre 2017
Interessante iniziativa per le scuole: insegnare divertendo la lealtà, la correttezza e l'onestà.

Nemmeno ai funerali
post pubblicato in Diario, il 12 luglio 2017

Il funerale di un proprio congiunto è sempre occasione di dolore, di consapevolezza del distacco definitivo. Tutti dovrebbero essere disposti ad alleviare con ogni tipo di conforto il dolore di chi è colpito dal lutto. Tutti, compresi i sacerdoti.

Sabato scorso, 8 luglio 2017, è mancato mio padre, Vincenzo Colombari.

Io non avrei voluto far celebrare le sue esequie alla parrocchia di Santa Rita a Torino, perché, pur essendo la nostra come competenza territoriale, non la frequentavamo più da quando, ultimo fra un certo numero di sgarbi ricevuti, il sacrestano una volta ci cacciò via dalla chiesa mentre stavamo pregando con la "motivazione" che ci eravamo seduti su posti riservati. In una chiesa oltretutto vuota.

Presi atto che a Santa Rita ci sono fedeli di Serie A e fedeli di Serie B, e iniziai a portare mio padre, già novantenne, alla vicina parrocchia Maria Madre della Chiesa, dove tutti, compreso il sacrestano, ci hanno accolto col sorriso ogni volta che andavamo a pregare.

Purtroppo non mi è stato possibile far svolgere il funerale di mio padre in quella parrocchia e così ho ripiegato su Santa Rita, dando alla cosa il significato di un tentativo di riconciliazione, di perdono da parte mia per le tante dimostrazioni di insensibilità da noi ricevute dal parroco e dai suoi collaboratori.

Il 10 luglio, in occasione delle esequie di mio padre, il parroco non ha smentito la sua fama di persona insensibile, arrogante e perfino maleducata.

Già l'arrivo del feretro di mio padre in chiesa è avvenuto nella totale mancanza di rispetto: le campane non suonavano e al loro posto uno stereo sparava a tutto volume la musica con cui i ragazzi si stavano divertendo.

Poco prima dell'inizio della funzione, la mia badante è andata a chiedergli se potevo far leggere una commemorazione di mio padre e il parroco l'ha insultata ("Ma lei è matta!", - le ha detto, fra parentesi in chiesa, dove nessuno e men che mai un prete dovrebbe urlare e insultare chicchessia), poi si è messo a sbraitare che la durata della funzione sarebbe stata minore di quella della commemorazione, infine ha preteso che se ne leggesse solo una brevissima parte, massimo venti righe.

      Fra parentesi, alle esequie di mia madre, cinque anni fa, l'allora viceparroco non fece alcuna storia, non si mise ad insultare la gente in chiesa e ci fece leggere la commemorazione con calma e integralmente.

      Per rispetto verso la Chiesa (quella vera, quella di Gesù e di Papa Francesco, non certo il santuario di Santa Rita in questi anni) e verso mio padre, ho voluto evitare discussioni e ho fatto leggere l'intera commemorazione al termine del funerale, all'uscita dalla chiesa, sul piazzale.

      Fra parentesi, la lettura della commemorazione è durata tre minuti circa, molto meno di quella del funerale di mio padre, per altro officiato dal parroco con una fretta eccessiva e senza nemmeno rivolgere ai parenti del defunto un sorriso o qualche parola di conforto.

      Se il funerale di mio padre fosse stato celebrato da un ateo, avrebbe sicuramente dimostrato molta di più carità cristiana del parroco di Santa Rita a Torino.



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Rimarrai nel mio cuore, musa Renée
post pubblicato in Diario, il 31 marzo 2017

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come un fiore appena sbocciato e crudelmente tranciato dal Destino, come un fiore che mai appassirà, innaffiato dal culto del ricordo.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come fresca e limpida rugiada che rinfrancava i prati del mondo e che troppo presto ha smesso di permeare di sé le zolle della Terra,

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come un angelo che ci ha dato l'immensa gioia della sua presenza, della sua troppo breve presenza, e che ora è volato nel celeste Cielo dei Poeti.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come un sorriso perenne, che mai conoscerà l'ombra della notte, l'ombra del tramonto, e che illuminerà il pensare a te.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come una primavera interrotta a metà, che non potrà conoscere la passione dell'estate, la maturità dell'autunno e la saggezza dell'inverno.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

coi doni dei tuoi scritti, dei tuoi libri, e col vuoto di quelli che la vita non ti ha dato il tempo di scrivere.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come ispiratrice di versi, come amante della cultura e, soprattutto, come amica.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

e se nelle sere di primavera, guardando l'orizzonte, il mio viso sarà inondato dalla fresca brezza, per me sarà come ricevere dalle tue ali l'etereo conforto di una carezza.

 

Alla luminosa memoria di Renata Di Leo (Renée).

    


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OSSESSIVAMENTE VIOLA. Il nuovo capolavoro di Renata Di Leo
post pubblicato in Diario, il 3 dicembre 2016



Ossessivamente Viola, l'ultima fatica letteraria di Renata di Leo, ha tutti i requisiti per riscuotere un enorme successo di pubblico e di critica.

E' un libro avvincente, che lascia il lettore incollato alle pagine dall'inizio alla fine: un libro che si legge tutto d'un fiato.

Come gli affermatissimi bestsellers di un Dan Brown o di un Ken Follett.

Con in più una qualità più unica che rara: quello che molti affermati romanzieri dicono un decine di pagine, Renata Di Leo lo dice in poche pagine. Solo i grandi scrittori riescono a comunicare in poche frasi quello che vogliono trasmettere al lettore, a cominciare da quelle cose difficilissime da descriversi che sono le emozioni e i sentimenti. Renata Di Leo ci riesce, in modo impeccabile e talvolta anche commovente.


La letteratura è iperbole, volo pindarico, metafora emozionale della vita e ne rappresenta sul palcoscenico delle pagine non solo i misteri e gli imprevisti ma anche l'evoluzione e l'esperienza di sé e del mondo. Ossessivamente Viola è quindi un mirabile esempio di opera letteraria. E costituisce inoltre una convincente tappa di crescita e di perfezionamento dell'Autrice, che alla sua terza esperienza narrativa non solo conferma il suo grande talento ma dà di esso una prova più matura, più nitida, più incisiva, in attesa di ulteriori passi lungo il cammino dell'arte della scrittura.


Partendo dall'ultimo racconto, volutamente lasciato a metà, del suo precedente libro Ho sognato Pablo, l'Autrice di Ossessivamente Viola ci regala un'altra raccolta di racconti, questa volta però uniti da due personaggi presenti in tutti: Viola, appunto, giornalista; e il commissario Ferry, che di volta in volta le racconta i casi e le storie di cui è venuto a conoscenza, spesso nel corso delle sue indagini.

Le trame noir dei racconti, costruiti da Renata Di Leo con pochi e precisi tratti come un pittore geniale fa emergere un'opera d'arte con pochi e precisi tratti di pennello, non devono però trarre in inganno: dietro storie tragiche si dipana a poco a poco quello che a mio parere costituisce l'universo creativo dell'Autrice e cioè i sentimenti, l'amore e anche l'eleganza del vivere.

Il libro, si diceva, comincia con l'ultimo racconto di Ho sognato Pablo: in una torrida giornata d'agosto, in una Londra deserta, uno stalker comincia a infastidire e impaurire Viola. Anche questa volta il racconto si interrompe a metà, per lasciare il posto a un flashback dei tre anni precedenti durante i quali il commissario Ferry aveva fatto alla sua amica giornalista i suoi resoconti, più o meno romanzati, degli episodi a cui aveva assistito.

Piacere di gustare ognuno di questi capitoli, quello che attende il lettore di Ossessivamente Viola. Ma anche necessità di prestare attenzione ad ogni passo del libro, per chi è appassionato di thriller, perché ... un indizio rivela l'identità dello stalker che terrorizza Viola.

Alla fine del volume, riprende il racconto iniziale e lo stalker ... be', non è giusto anticipare il finale.

Così come non è corretto rivelare quali sviluppi avrà l'amicizia tra Viola e il commissario Ferry.


Ossessivamente Viola è un capolavoro da non perdere, un libro che non può e non deve mancare nelle librerie dei Lettori, quelli con la "l" maiuscola.


Renata Di Leo

Ossessivamente Viola

Mediaprint Editrice, 2016

pp. 236, 20 €


Chi è su Facebook può prenotare il libro mandando un messaggio al profilo dell'Autrice "Renata Di Leo".

Chi non è su Facebook o preferisce usare un altro canale, può mandare un'e-mail all'indirizzo di posta elettronica renatadileo@virgilio.it.

L'Autrice chiederà l'indicazione di un recapito postale a cui spedire la copia o le copie del libro. Inoltre, verrà richiesto di specificare la modalità di pagamento.

Nella busta, insieme al libro, i lettori troveranno l'indicazione del codice iban e degli altri dati necessari per effettuare il pagamento tramite bonifico bancario oppure quelli per pagare con Postepay o con altre modalità.


Wilmer detto Walter
post pubblicato in Diario, il 5 novembre 2016

All'"Elio Vittorini" uno dei bidelli era Wilmer Baldassin detto Walter.

Aveva solo 3-4 anni d'età più di noi e così i nostri rapporti con lui erano molto conviviali: si parlava con lui, si scherzava con lui; era lui che procurava i biglietti dei concerti a quelli di noi che erano fans dei vari Branduardi, Bennato e altri cantautori.

Era anche molto attivo al di fuori del lavoro. Fra le altre cose, fu uno dei pionieri delle televisioni locali, che allora, nella seconda metà degli anni '70 del XX secolo, cominciavano a mettere le loro radici nel panorama televisivo italiano; ricordo che conduceva un programma per bambini su Tele Studio Torino.

Non era obeso ma aveva una corporatura massiccia e forse era un po' sovrappeso; per questo motivo alcuni di noi lo chiamavano Manzotin ma senza cattiveria, senza prendersi burla di un peraltro inesistente problema di salute.

Salute che purtroppo si sarebbe rivelata indifesa, nonostante l'aspetto florido di Walter.

A Maturità conseguita, persi completamente di vista le persone con cui avevo condiviso gli anni delle Medie Superiori.

Un anno e mezzo dopo, vidi il necrologio di Walter sul principale quotidiano di Torino.

Seppi da una ragazza che stava ancora frequentando l'"Elio Vittorini" che era stato stroncato da leucemia fulminante. L'ultima volta che l'avevano visto, era già malato, in mutua, ed era apparso molto dimagrito.

Wilmer Baldassin, da tutti chiamato Walter, aveva 25 anni: una vita crudelmente stroncata quando aveva ancora tantissime pagine da scrivere nel libro del Tempo.



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permalink | inviato da libdemsub il 5/11/2016 alle 9:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Gli errori di Dan Brown in "Angeli e demoni"
post pubblicato in Diario, il 11 ottobre 2016

      I romanzi di Dan Brown hanno avuto uno strepitoso successo, soprattutto quelli aventi per protagonista Robert Langdon.

      Non escludo affatto che una parte delle critiche che gli sono piovute addosso siano dovute ad invidia; salvo poi scrivere libri per confutare le affermazioni contenute nei suoi romanzi, il che a ben vedere significa sfruttare la fama di Dan Brown per vendere libri che dovrebbero stroncarne le opere.

      A me i romanzi di Dan Brown piacciono, indipendentemente che egli voglia lanciare attraverso di essi messaggi di polemica intellettuale o sfruttare un po' cinicamente certi temi che sono, come dire?, "caldi" e che fanno sempre parlare chiunque li affronti, a mezzo libro, stampa, tv o altri media.

      Ma forse Dan Brown non persegue nemmeno uno di questi due fini; forse è semplicemente interessato dai temi che sceglie per i suoi romanzi. In attesa di riscontri credibili, bisogna concedergli il beneficio d'inventario.

      I suoi thriller mi piacciono, mi appassionano, trovo che siano scritti (e tradotti) bene. La vita del lettore non deve essere sempre imperniata sui saggi e sulle poesie: vi deve essere anche lo spazio per lo svago.

      E i libri di Dan Brown devono essere a mio parere intesi e letti come opere di svago; se poi attraverso di essi il lettore si avvicina a libri che trattano scientificamente gli argomenti da lui toccati, meglio ancora.

      A questo punto sorge la questione, suscitata dagli indubbi errori di distorsione storiografica dei riferimenti citati nei libri di Dan Brown: fino a che punto un romanziere (e in generale un autore di opere letterarie) può falsare la verità per conferire credibilità alla trama dei suoi libri?

      La risposta, di buon senso, è che basta non esagerare con le "licenze letterarie", distorcere il meno possibile e, soprattutto, limitare le "licenze" ai fatti e alle idee meno importanti di un evento storico odi un sistema filosofico, scientifico o religioso.

 

      Dan Brown, a tal riguardo, di travisamenti ne commette troppi, decisamente troppi.

     Guardando ai romanzi della "saga" di Robert Langdon, ammetto di non avere né l'interesse né le competenze in materia di esoterismo, per cui mi è impossibile analizzare Il codice daVinci e Il simbolo perduto. Meglio ricorrere agli scritti di Massimo Introvigne per questa bisogna.

      E non ho nemmeno le competenze dantesche per "setacciare" le pagine di Inferno, che peraltro è il romanzo di Dan Brown che mi è piaciuto di più.

      Mi limiterò dunque a "fare le pulci" ad Angeli e demoni, in quanto il Vaticano e le sue vicende da sempre mi appassionano e qualche conoscenza al riguardo l'ho accumulata nel corso degli anni.

      Per la verità, Angeli e demoni ha due pilastri culturali: il Vaticano e la scienza galileiana.

      Su quest'ultima, pur non essendo competente in materia, ho rilevato un grande strafalcione, il più grave strafalcione in cui chi si occupa dell'argomento possa incorrere: Dan Brown attribuisce a Galileo la scoperta del carattere ellittico e non circolare delle orbite dei pianeti, quando invece Galileo,sulla scia di Copernico, sosteneva che esse fossero circolari e solo successivamente Keplero ne scoprì la traiettoria ellittica.

      Uno studente che durante un esame attribuisse a Galileo la scoperta del carattere ellittico delle orbite planetarie verrebbe immediatamente cacciato via dal docente esaminatore.

      Possono le esigenze della trama del thriller giustificare una simile castronata? In questo caso, dico sicuramente di no.

      Non parliamo poi dell'impossibilità che Galileo sia stato il fondatore della setta degli Illuminati. Lasciando pure perdere che per Illuminati storicamente si intendono quelli di Baviera, società segreta che nacque in periodo illuminista, e dunque posteriore all'epoca in cui visse il fondatore della scienza moderna, resta il fatto che, dopo la sua condanna da parte del Sant'Uffizio, Galileo visse di fatto confinato agli arresti domiciliari e, soprattutto, sorvegliatissimo, e quindi, se anche avesse voluto fondare una setta al fine di preservare le verità scientifiche dall'oscurantismo, non gli sarebbe stato materialmente possibile. Ma fin qui, trattandosi di un romanzo, possiamo accettare questa cosa inverosimile come tributo allo svolgimento della trama.

      Veniamo ora ai riferimenti "vaticanisti". L'elenco di strafalcioni browniani che ho rinvenuto in Angeli e demoni è piuttosto lungo. E se è lungo il mio, fatto da semplice cultore di materia,immaginiamoci quanto potrebbe esserlo uno redatto da un esperto sull'argomento.

      Procediamo dunque un passo alla volta, uno svarione alla volta.

      1. Non è vero che l'elezione di un nuovo papa sia un evento che interessa solo all'Italia e ai cattolici sparsi nel mondo (che per altro sono molto numerosi) ma attira l'attenzione anche di tutti i non cattolici; di conseguenza, è impensabile che i media, e soprattutto le emittenti televisive, seguano il  Conclave distrattamente e mandino a curare i servizi giornalisti di secondo piano, se non addirittura mezze calzette.

      2. Non è possibile che al Conclave partecipino 165 cardinali: il numero massimo del Collegio Cardinalizio è 120 e praticamente, per malattie od "opportunità diplomatiche", non entrano tutti e 120 nella Cappella Sistina per eleggere il nuovo pontefice.

      3. Non è vero che il Papa deve essere scelto fra i soli cardinali: anche se da secoli non succede più, al Soglio di Pietro può essere eletto anche un vescovo non porporato, anche un semplice prete, anche un diacono, perfino un laico (purché non sposato). Pietro da Morone (Celestino V, quello del "gran rifiuto") era ad esempio un semplice eremita.

      4. Non esiste la figura del Grande Elettore, che dirige le operazioni del Conclave (lo scrutinio e la bruciatura delle schede vengono sovrintesi da tre cardinali, scelti a turno ad ogni votazione) e di conseguenza è errato affermare che non può essere eletto papa (nessun porporato, del resto, entra in Conclave col "divieto" di venire eletto al Magistero Petrino).

      5. Non è vero che il Camerlengo non deve essere cardinale, anzi, è prassi che sia proprio un cardinale, quindi deve partecipare al Conclave e non può quindi sovrintendere alla sicurezza dello Stato della Città del Vaticano durante l'elezione papale, essendo anch'egli "chiuso a chiave" a Santa Marta e nella Cappella Sistina. E' inoltre inverosimile che la carica di Camerlengo venga affidata al segretario personale del Papa.

      6. E' insolito che i cardinali entrino in Conclave nel pomeriggio inoltrato e che le votazioni inizino subito: è prassi che i porporati entrino nella Cappella Sistina nel primo pomeriggio, prestino uno alla volta il giuramento di mantenere il segreto su quanto accadrà in Conclave, poi la Cappella viene chiusa ed essi si ritirano a Santa Marta; le elezioni iniziano la mattina successiva.

      7. Non è vero che in Conclave le votazioni vanno avanti ad oltranza a distanza di un'ora una dall'altra: il Conclave prevede un massimo di 4 votazioni al giorno, due alla mattina e due al pomeriggio-sera; inoltre, tra voto, scrutinio e bruciatura delle schede, ogni votazione richiede più di un'ora.

      8. Nel corso dei secoli, non è mai trapelata indiscrezione alcuna circa la consuetudine dei cardinali riuniti in Conclave di votare ognuno per se stesso al primo scrutinio per evitare che il pontefice venga eletto al primo turno.

      9. Non mi risulta che il Vaticano, durante il Conclave, rimanga deserto e che i suoi funzionari e dipendenti vengano fatti uscire.

      10. Dan Brown scrive che la sicurezza del Vaticano è affidata alle Guardie Svizzere. Non fa alcun cenno alla Gendarmeria, l'altro corpo armato che vigila sullo Stato della Città del Vaticano.

      11. I colori della divisa delle Guardie Svizzere non sono solo il giallo e il blu mail giallo, il rosso e il blu.

      12. Fra i dirigenti delle Guardie Svizzere citati nel romanzo, uno ha un cognomei taliano, Olivetti, e un'altro un cognome francese, Rocher. Ora, le Guardie Svizzere vengono reclutate nei Cantoni Elvetici di tradizione cattolica e di lingua tedesca: inverosimile che i vertici delle Guardie Svizzere non abbiano cognomi tedeschi.

      13. Non è vero che i papi defunti vengono deposti nel feretro senza chiuderlo e che il feretro venga deposto nella tomba su cui viene semplicemente posata la lapide senza fissarla con viti: il feretro viene chiuso, così come la lapide sulla tomba viene fissata.

      14. Le salme dei pontefici defunti vengono esposte per l'omaggio che la gente e delle autorità e inoltre vengono riprese dai media di tutto il mondo: a meno che al papa defunto del romanzo non abbiano chiuso la bocca per esporne la salma alla devozione popolare e poi riaperta prima di deporlo nella tomba (ma che senso avrebbe avuto riaprirgliela?!), è letteralmente impossibile che nessuno, vedendone la lingua annerita, abbia nutrito sospetti sul suo avvelenamento.


      Ammettiamo pure che alcuni di questi travisamenti siano dovuti ad esigenze di ambientazione e di trama ma resta il fatto che sono troppi e danno una visuale distorta di quello che sono l'immagine e il funzionamento quotidiano del Vaticano.


Pseudoarcheologia da film
post pubblicato in Diario, il 17 settembre 2016

Da qualche decennio nei film di avventura si è delineato un sottogenere che può essere definito archeologico o, per meglio dire pseudoarcheologico.

Intendiamoci: non ho alcunché in contrario a film come quelli che vedono come protagonisti Indiana Jones o Lara Croft e a serie come Relic Hunter o Jack Hunter. Anzi, a me piacciono.

Tuttavia, rischiano di fornire un pessimo servizio all'archeologia in particolare e alla ricerca scientifica in generale.

L'archeologia, infatti, è materia complessa, metodica, certosina, non certamente da eroi che assomigliano più ad agenti segreti superallenati che a studiosi che, prima ancora che negli scavi, si cimentano con testi e che, se fanno delle scoperte, le catalogano con assoluto rigore scientifico e mettono i loro studi a disposizione dei colleghi per una indispensabile verifica sperimentale. Senza tener conto del fatto, poi, che al giorno d'oggi le campagne di scavo vengono studiate a tavolino e la scelta dei siti non avviene più in modo empirico, cioè con intuizioni che possono anche rivelarsi esatte, come avveniva ai tempi di Heinrich Schliemann.

Così come è errata l'immagine che film e telefilm danno dell'archeologo "tuttologo", che si muove da esperto tanto nei siti egizi quanto in quelli maya, tanto nei siti greci quanto in quelli inca. Un archeologo, di solito, è specializzato in un solo ramo ed è già tanto che di quel ramo conosca quasi tutto, dai reperti rinvenuti nel corso dei secoli, alle epigrafi e ai testi antichi, alla sempre più vasta bibliografia, agli strumenti di ricerca e di analisi scientifica che la moderna tecnologia mette sempre di più a disposizione. Certo, per sua cultura e piacere personale, un egittologo potrà anche avere un'eccellente conoscenza delle civiltà precolombiane, così come un etruscologo potrà averla della civiltà della Magna Grecia, ma entrambi non saranno specialisti delle discipline che seguono a tempo perso.

Una realtà, quella dell'archeologo studioso, molto diversa dall'ambientazione avventurosa in cui cinema e televisione spesso lo collocano.                                 

"I promessi sposi" romanzo della sfiga?
post pubblicato in Diario, il 11 maggio 2016

      Umberto Eco sosteneva in Opera aperta che uno scritto potesse essere interpretato liberamente e in tutti i modi possibili dai lettori, tesi questa parzialmente rettificata nel suo successivo saggio I limiti dell'interpretazione.

     Diciamo che un'eccessiva libertà di interpretazione se la presero i critici letterari marxisti, quando videro nella folla e nelle traversie di Renzo e Lucia i simboli del proletariato oppresso. Niente di più infondato: Renzo e Lucia appartenevano a quella classe di contadini-operai piccoli proprietari terrieri che nei secoli successivi non sarebbe di sicuro stata su posizioni rivoluzionarie, mentre la folla, soprattutto quella della rivolta del pane a Milano, non aveva nulla di quella coscienza di classe acquisita che secondo i canoni marxisti caratterizza il proletariato. Anzi, in parecchi passi il Manzoni, pur stando dalla parte dei poveri, denuncia lucidamente la strumentalizzazione della rabbia popolare e il rischio che la gente cada in quelle che oggi chiamiamo derive populiste.

      Fermo restando, dunque, che I promessi sposi sono e rimangono un romanzo della fede e che ha come protagonista principale la Divina Provvidenza, proviamo, a puro gioco letterario, a vederlo anche come romanzo in cui la sfiga si accanisce contro alcuni protagonisti.

     Prendiamo il povero don Rodrigo. Organizza il rapimento di Lucia, manda in paese i suoi bravi guidati dal Griso e che succede? Che Lucia, Renzo e Agnese se ne vanno da don Abbondio per cercare di fregarlo col matrimonio a sorpresa e così il Griso e compagni si recano alla casa di Agnese per rapire Lucia e non trovano quella che Manzoni chiama "la povera giovane".

     E Renzo? Va a Milano il giorno della rivolta del pane, dà una mano a Ferrer a difendere l'ordine costituito contro i facinorosi, poi fa un discorso sconclusionato che lo fa passare per un facinoroso e sfugge per un pelo all'arresto con l'accusa di essere uno dei capi della rivolta.

     Quando poi tornerà a Milano, con l'epidemia di peste in corso, verrà scambiato per un untore e rischierà il linciaggio da parte della folla.

     Va cioè due volte a Milano e in entrambe le occasioni rischia grosso. Probabilmente non si recherà più a Milano.

     Il rapimento di Lucia, quello che riesce ad opera dell'Innominato, è addirittura caratterizzato da una triplice sfiga, attinente alla conversione di quest'ultimo:

            a) sfiga di don Rodrigo e pure beffarda: Lucia è finalmente stata rapita ma l'Innominato si ravvede e, nisba, la ragassuola gli sfugge anche stavolta, perché viene subito liberata;

           b) sfiga di Renzo: Lucia viene liberata dall'Inno minato e sembrerebbe tutto a posto ma la ragassuola nella notte ha fatto voto di castità e non potrà più sposare Renzo; per fortuna, fra' Cristoforo con la sua profonda cultura teologica riuscirà a convincerla che quel voto non ha valore (infatti, non ha raggiunto il quorum per rendere valida l'abrogazione della promessa di matrimonio);

            c) sfiga di Lucia: fa voto di castità e il giorno dopo l'Innominato si converte (non poteva, quest'ultimo, convertirsi la sera, quando la vide, anziché il giorno dopo, quando si recò dal cardinal Federigo?).

     Romanzo della sfiga, dunque, I promessi sposi? Non esageriamo: sono e rimangono il romanzo della fede e della Divina Provvidenza. Anche perché, come ci insegna l'Eco più maturo, la libertà dell'interpretazione ha pur sempre i suoi limiti.

Recensione a "Bordelli torinesi"
post pubblicato in Diario, il 26 aprile 2016

Le bancarelle dei libri a volte offrono l'occasione per fare degli acquisti interessanti e, di conseguenza, delle letture interessanti.

La Storia non è solo evenemenziale, cioè fatta di eventi importanti, ma anche di usi e costumi, abitudini, individuali e sociali, che spesso affondano le loro radici nell'alba dei tempi.

Senza cadere nelle esagerazioni di certa storiografia, che tende a minimizzare gli eventi per privilegiare la Storia "dal basso", informarsi anche degli aspetti che di solito non finiscono sui manuali e non danno vita a saggi rappresenta un utile ampliamento delle conoscenze sul passato.


Il libro Bordelli torinesi, scritto da Massimo Centini per i tipi de Il Punto - Piemonte in Bancarella, rientra in questo genere di letture complementari ai saggi storiografici propriamente detti.

L'Autore ci dà uno spaccato di quello che era la prostituzione a Torino fino al 1958, anno in cui venne varata ed entrò in vigore la ben nota Legge Merlin, che dispose la chiusura delle case di tolleranza.

Partendo da ciò che è stato il "mestiere più antico del mondo" nel corso dei secoli nella civiltà occidentale, per giungere a delineare un quadro delle case d'appuntamento operanti a Torino, soprattutto di quelle attive nei secoli XIX e XX, Centini affronta l'argomento dai suoi vari punti di vista (storico, morale, sanitario, sociologico, antropologico) con uno stile fluente, accattivante, non privo di ironia, senza mai cadere nella pruriginosità e men che mai nella morbosità.

Lo stesso apparato iconografico, comprendente molte foto di prostitute dell'epoca, è scelto con molta cura e raffinatezza, senza mai scivolare nella pornografia.

S'aggiunga a tutto ciò la scelta dei caratteri di stampa, nitidi e di dimensioni sufficienti dal rendere agevole la lettura anche per chi ha problemi di vista.

L'opera risulta quindi costruita bene e perfettamente confacente agli scopi per cui è stata scritta.


Unici nei sono il non venire specificate a volte le fonti da cui si attingono le informazioni (passi per gli "informatori", coloro di cui l'Autore ha raccolto a voce le testimonianze, ma è quanto meno discutibile che egli, pur correttamente, citi una voce di Wikipedia e avverta il lettore che quella voce non contiene la fonte di ciò che riporta) e una certa mancanza di precisione nel citare dati storici.

E' sbagliato che Centini, per periodi antecedenti il 1816, parli di regno delle Due Sicilie, mentre, prima di quell'anno, quel regno non era ancora stato istituito (lo fu dal Congresso di Vienna) e il sovrano Borbone che regnava su Sicilia e Mezzogiorno d'Italia era titolare di due corone, quella di re di Sicilia e di re di Napoli.

Così come è errato iniziare una frase con: "Vittorio Amedeo II, nel 1776, ...". Sarà anche un refuso ma nel 1776 quel re sabaudo era morto da decenni.

Ed è ugualmente sbagliato indicare Carla Voltolina, co-curatrice di un libro di Lina Merlin edito negli anni '50 del XX secolo, come "la futura moglie di Sandro Pertini": all'epoca i due erano già sposati.


Detto questo, però, il volume Bordelli torinesi è di interessante e godibilissima lettura, pur con qualche limite quanto a precisione storiografica.


Lettera aperta a mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, sulla blasfema parodia dell'Eucarestia
post pubblicato in Diario, il 11 aprile 2016

Buon giorno a mons. Nosiglia

e ai suoi preziosi collaboratori.

 

La Chiesa, si sa, non ha fra i suoi compiti quello di intervenire nelle attività e nelle manifestazioni dei partiti politici, pur avendo tutto il diritto di dire la sua su ogni questione che riguarda la società e, di conseguenza, le persone che compongono la società.

La Chiesa ha tutto il diritto di difendere se stessa, in quanto investita di una missione divina e in quanto imprescindibile punto di riferimento di tante anime, di tanti cittadini.

La Chiesa ha il diritto/dovere di difendere i suoi valori, i suoi simboli, i suoi riti da qualsivoglia attacco od offesa.

Come credente (ma sono sicuro che anche i veri laici condividono lo stesso sdegno) mi sento profondamente offeso dalla recente blasfema parodia della Santa Eucarestia che un movimento politico ha vergognosamente inscenato durante una sua manifestazione, il cui leader, proferendo la frase: "Questo è il mio corpo", ha fatto mangiare ai suoi seguaci dei grilli essiccati al posto delle Ostie.

Fra parentesi, il soggetto non è nuovo a simili offese al Cristianesimo, essendosi in passato altrettanto blasfemamente fatto fotografare con una corona di spine in testa prendendosi beffe della Passione del Nazareno, alla cui figura anche i non credenti dovrebbero portare rispetto.

Non penso che sia nelle prerogative della Chiesa cattolica invocare l'intervento della Magistratura per verificare l'ipotesi di reato di vilipendio della religione.

Penso però che sia la Conferenza Episcopale Italiana sia l'arcidiocesi di Torino, nel cui territorio si è svolta la blasfema messinscena dell'Eucarestia, dovrebbero prendere una adeguata presa di posizione contro chi si fa beffe della sensibilità religiosa di tante persone.

Questa, beninteso, è la mia posizione di credente, con i suoi limiti e la sua criticabilità.

Confido nella saggezza di Sua Eccellenza, mons. Nosiglia, che sicuramente saprà seguire la via più adatta.

Un affettuoso e sempre riconoscente saluto a mons. Cesare, mio buon pastore.

Gian Contardo Colombari.


 

 

L'ironia di Umberto Eco
post pubblicato in Diario, il 23 febbraio 2016

Umberto Eco verrà ricordato anche per la sua ironia e per la sua autoironia.

Come quando gli dissero, probabilmente per la millesima volta che egli era il padre della semiotica e rispose: "Semmai, sono il nonno della semiotica".

Cito a memoria alcune frasi, lette via via nei suoi scritti, in cui diede la dimostrazione di possedere un grande senso dell'umorismo.

A cominciare dalla cover, che scrisse con alcuni amici, di una canzone di Tony Dallara e nella quale  la sua disciplina di studio riecheggiava fin dal titolo, modificato in Semantica.

Il romanzo Il pendolo di Foucault, poi, è disseminato di battute spiritose e di passi e pagine intere in cui si ride: dalla doppia spiegazione che uno dei protagonisti, Jacopo Belbo, dà del detto piemontese Ma gavte la nata! (trad, it., "Ma levati il tappo!": chi ha letto il libro sa benissimo in quale parte anatomica i palloni gonfiati abbiano infisso detto tappoalle spassosissime pagine in cui prende il giro gli APS ossia gli autori che fanno pubblicare i libri a proprie spese, di cui Eco descrive in modo pungente le vanità letterarie e l'ingenuità che li porta a farsi spennare come polli da editori senza scrupoli.

Fra le pagine ironiche scritte da Eco nella sua settimanale rubrica su L'Espresso, posso citare "Galileo in libertà provvisoria?", dove disegnava la pungente immagine di una Chiesa che da secoli cercava disperatamente di tenere bloccata la Terra per impedirle di girare attorno al Sole (col risultato che il nostro pianeta opponeva resistenza e ne derivavano terremoti e altre catastrofi naturali), e "Quando entrai nella PP2", spassosissima parodia della loggia deviata di Licio Gelli, con tanto di venerabile maestro anagrammato il Gellio Lici, di cardinali incappucciati che fremono all'idea di pugnalare le ostie (al che i massoni li sgridano dicendo loro che non si usa già da parecchio tempo fare cose del genere) e di gomitata ammiccante data al medico di famiglia perché gli ha detto: "Dica trentatré!", e lui ha creduto che fosse un riferimento al numero di gradi della Massoneria, con lo spiacevole strascico che il medico, credendolo in preda a nervosismo, gli ha prescritto una quantità tale di tranquillanti da renderlo temporaneamente impotente.

Ironia che, se ricordo bene, Eco non lesinò nemmeno quando, sempre su L'Espresso, pubblicò la commemorazione di Augusto Guzzo, uno dei suoi maestri all'Università di Torino, tracciandone un profilo di grande studioso ma raccontandone anche, con rispettoso senso dell'umorismo, le piccole manie che ogni docente in fondo ha. Fare ciò, col buon gusto dell'ironia, significa rendere omaggio ad un maestro, non certo irriderlo.



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Improvvisazioni echiane
post pubblicato in Diario, il 20 febbraio 2016

      Dedico questo mio scritto, risalente a qualche anno fa, alla memoria di Umberto Eco, scomparso ieri.

 

      Lorenza Pellegrini giocava a flipper col pube: provocatoria manifestazione delle frustrazioni di Jacopo Belbo, che ancora pensava alla tromba di latta di quand’era bambino.

      Guerra partigiana nel Monferrato, guerra di Liberazione su cui oggi giornalisti con false lacrime di coccodrillo sputano sentenze e menzogne per fare gli antidivi, per far credere di essere politically uncorrect. Ma la vera guerra, fatta di eroi, è quella vista da Jacopo Belbo e dalla regina Loana, la cui lunga fiamma continua a illuminare la memoria storica di chi non vuole abboccare a fraudolenti e comodi revisionismi.

      Monferrato solcato e segnato dai passi semiscalzi di Adso da Melk e di Guglielmo da Baskerville, e prima di loro da Baudolino e da Aleramo Scaccabarozzi detto il Ciula.

      Jacopo Belbo all’inseguimento dell’amore impossibile di quella pigliaculo di Lorenza Pellegrini. Baudolino e la sua grande storia d’amore sulle strade del Prete Gianni. Adso da Melk e il suo fugace eppur splendido amplesso con la rosa, la sconosciuta ragazza che stava sfuggendo al disgustoso coito bramato dal lussurioso ex dolciniano Remigio da Varagine. Guglielmo da Baskerville che cerca di rimuovere dall’animo di Adso l’assurdo senso di colpa per avere giaciuto con la rosa, per essersi per una volta concesso la libertà di vivere e agire da uomo; Guglielmo da Baskervilleche ama l’unico amore che non tradirà mai, i libri. Roberto che coltiva davanti all’isola del giorno prima la sua gelosia per l’immaginario Ferrante, gemello immaginario immaginato ad insidiargli il suo immaginario Grande Amore.

      Tutti amori che si dipanano, che si tessono sulla trama del Tempo, sulla trama del Fato, sulla trama del Piano, vanamente inseguito da pazzi furiosi che sognano di dominare il mondo.

      Ci si innamora davvero per un brutto scherzo di quello stronzetto di Cupido? O non ci si innamora, piuttosto, perché ci si vuole innamorare, per riempire un vuoto con un intervallo di dolcezza odi passione, per rispondere al bisogno inconscio (e masochista) di scacciare inconsciamente un dolore con un dolore ancora più grande, più atroce, quale indubbiamente danno le pene d’amore? Ad esempio, quanti comunisti si sono innamorati, che so?, di ex allieve delle Orsoline, all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica?

      Aveva ragione Jacopo Belbo, non c’è che dire, mentre, sordo alla saggezza della sua amata Lia, Pim Casaubon perdeva il senso della Ragione correndo insieme a Diotallevi dietro un Piano che non esisteva ma che, come tutte le cose che non esistono, era destinato, come l’ira funesta di Achille, ad addurre infiniti lutti ma questa volta non agli Achei ma ai polli che credono che dietro i misteri non ci sia il nulla ma qualcosa che consentirebbe di conquistare il mondo.

      Jacopo Belbo che, finalmente libero da complessi e frustrazioni, finalmente libero da Lorenza Pellegrini, muore con stoica ironia invitando a levarsi il tappo dal culo tutti i palloni gonfiati del mondo, occultisti ed esoteristi, neotemplaristi e bigotti reazionari ascoltatori di Radio Maria, il signor Garamond e l'Agliè alias pseudo San Germano, Bernardo Gui e la faccia da tapiro, liberisti egoisti e rivoluzionari duri e puri, populisti e titolari di blog spargitori di odio, antisemiti di destra e di sinistra, giustizialisti di destra e di sinistra, evasori fiscali e furbetti che piangono falsa miseria.

      E io, burattinaio di parole, che non mi perdo né dietro a un primo sole né a un'ultima luna, che non mi prende alcuna assurda nostalgia nel vedere in strada Samantha e Andrea che si lasciano, inviterei anch'io tutti i palloni gonfiati del mondo a levarsi il tappo che portano infisso nello sfintere.

      Lascio ai palloni gonfiati il losco potere di opprimere gli apocalittici e gli integrati, i polli e i pecoroni da plagiare. E mi affido, nelle mie effimere previsioni del futuro, all’ottica di un’opera aperta codificata in un diario minimo in cui c’è posto anche per la contessa Maria Teresa Balbiano d’Aramengo, mentre la fenomenologia di Mike Bongiorno viene insegnata al DAMS di Bologna in un seminario tenuto dal professor Pistolazzo Pistolazzi in collaborazione col commendator De Gubernatis e con Adeodato Lampustri, e il premio letterario “Petruzzellis della Gattina” viene assegnato a Valentino Rossi.

Black Mamba (Coliandro): una delusione
post pubblicato in Diario, il 19 gennaio 2016

Il primo episodio della quinta serie de L'ispettore Coliandro, "Black Mamba", non convince.

Nonostante il collaudato cast (da Paolo Sassanelli a Giuseppe Soleri) si confermi all'altezza e Giampaolo Morelli dimostri la consueta grandissima abilità recitativa, c'è qualcosa che non funziona nello sviluppo della trama.

Certo, le gaffe di Coliandro sono sempre esilaranti, nel perfetto stile del personaggio.

Ma, a parte ciò e alcune scene spettacolari nella fase finale, la fiction ha poco mordente, risulta svilupparsi abbastanza piatta e, in fondo, prevedibile, priva di quella suspense che dovrebbe essere il sale di ogni film o telefilm tratto da un giallo.

Colpa del soggetto o della sceneggiatura? Non si sa. Di sicuro, le precedenti serie della fiction comprendevano molti episodi più avvincenti di questo; mi riferisco, ad esempio, a episodi come "Mai rubare a casa dei ladri", "Cous cous alla bolognese" e "Anomalia 21".

Aspettiamo dunque la messa in onda dei prossimi episodi per sapere se si è trattato di una falsa partenza oppure se questa serie rappresenta un passo indietro rispetto alle prime quattro.         

Guccini e la memoria delle sue radici
post pubblicato in Diario, il 3 gennaio 2016

C'è un filo rosso che unisce i due fiumi che sorgono dalla fonte che è il Francesco Guccini scrittore, quei due generi letterari che sono la memorialistica e i gialli scritti a quattro mani con Loriano Macchiavelli.

Questo fil rouge è la memoria delle sue radici e della sua vita, passata fra l'Appennino Tosco-Emiliano e la Bassa bolognese.

Ogni suo libro profuma di queste radici, in un culto della memoria che va inteso non in senso religioso ma nel senso di coltivazione mirata a tenere vivi i ricordi.

E il Guccini uomo, prima ancora che cantautore e scrittore, è persona che ricorda. Non per chiudersi al futuro, s'intende, ma come manutenere delle fondamenta, una casa della memoria da cui si possa guardare fuori, al presente e al futuro e da cui, naturalmente, si possa e si debba uscire, per vivere il presente e per costruire il futuro.

Il libro di Francesco Guccini, Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto, edito da Mondadori, conferma questo fil rouge della memoria, del tener puliti i boschi dei ricordi per evitare che vengano ricoperti dalle sterpaglie dell'oblio.

Libro di memorie, certo, libro di ricordi. Come altri già scritti dal Maestrone. Mai però come in questo volume i ricordi prendono nelle pagine la forma del racconto, della narrativa, dell'opera letteraria. Anche nei capitoli più marcatamente autobiografici o di memorie di famiglia si sente l'estro del vero scrittore, che sa avvincere i lettore con uno stile che supera il sia pur rispettabilissimo metodo "giornalistico" di raccontare obiettivamente fatti e cose, con uno stile che fa sì che il ricordo scritto diventi pagina di Letteratura.

Ricordare è utile, è necessario, è fondamentale per ognuno di noi, sia nel campo personale che nella dimensione sociale. E Guccini, con questo libro, ce lo insegna in modo suggestivo ed efficace.


La porta allarmata del Kremlino. Racconto storicomico
post pubblicato in Diario, il 9 dicembre 2015
Breznev era già il leader incontrastato dell'Unione Sovietica.
Per ragioni di sicurezza, il Politburo decise di far mettere un allarme alla porta che dava sul corridoio sotterraneo che dal Kremlino conduceva alla Lubianka, la sinistra sede del K.G.B.
Fino ad allora, davanti alla porta stazionava dietro a una scrivania un funzionario del Partito che prendeva nota dell'identità di tutti coloro che avevano l'abilitazione a recarsi alla Lubianka esibendo apposito tesserino.
Con l'introduzione dell'allarme elettronico, la pesante porta in legno massiccio rinforzata con borchie di ferro venne sostituita da una porta metallica dotata di maniglioni antipanico. Chi avesse voluto inoltrarsi nel corridoio avrebbe dovuto prendere il badge di cui era stato dotato e strisciarlo in un lettore attaccato a una delle pareti; la luce sopra la porta, di solito di colore rosso, sarebbe diventata verde ed egli (o ella) avrebbe avuto 30 secondi di tempo per spingere il maniglione, aprire la porta ed entrare senza far scattare l'allarme.

E venne il giorno in cui la porta allarmata entrò in funzione.
Verso mezzogiorno, Breznev entrò nella sua segreteria e disse ai presenti: "Vado un attimo alla Lubianka a vedere quali dissidenti stanno mettendo sotto torchio oggi". E uscì.
Dopo nemmeno cinque minuti in tutto il Kremlino sì sentì un lacerante suono di sirene: "Vuuuuuuuuuuuh! Vuuuuuuuuh! Vuuuuuuuh!".
E subito dopo ecco ricomparire, tutto trafelato, Breznev nella sua segreteria e ordinare: "Presto! Avvertite i servizi di sicurezza che non è successo niente, che è stato solo un falso allarme!".
Cos'era successo? Semplice: il numero uno del Kremlino, la guida illuminata del comunismo mondiale, il compagno Leonida Breznev si era dimenticato che quel giorno la porta avrebbe iniziato ad essere allarmata e l'aveva aperta spingendo il maniglione senza strisciare il  suo badge nell'apposito lettore.
Ovviamente, tutti i presenti della segreteria capirono subito la dinamica dell'accaduto e, quando il compagno segretario generale ebbe lasciato la stanza, sfidando le eventuali cimici installate dal K.G.B. intonarono il tradizionale coro da stadio: "Sce-mo, sce-mo! Sce-mo, sce-mo!".

Nei giorni successivi, l'emergente Mikhail Sergeevic Gorbaciov ogni volta che passava davanti alla porta allarmata, si metteva a ridere.
Accortosi di ciò, il suo compagno di idee riformatrici Eduard Shevardnadze lo prese da parte e gli disse: "Stai attento, Mikhail, posso capire che Breznev ha rimediato l'ennesima figura di merda ma è ancora lui il capo e può essere pericoloso per te se venisse a sapere che ridi per questa pirlata".
"Hai ragione, Eduard, ma non rido tanto per questo ma perché ho azzeccato una previsione."
"Sarebbe a dire, Mikhail Sergeevic? Spiegati meglio: è un po' strano che qualcuno rida perché i fatti gli hanno dato ragione."
"Dunque, Eduard, quando nei giorni passati stavano installando la porta allarmata, passandoci davanti mi chiedevo: 'Chissà chi sarà il primo coglione che farà suonare l'allarme per sbaglio?' . Ora lo so, ora lo sappiamo tutti."
"In effetti, - chiosò beffardamente Shevardnadze, - il primo coglione dell'Unione Sovietica è proprio Breznev."

L'attualità di Adriano Olivetti oltre il mito
post pubblicato in Diario, il 5 luglio 2015
      Sono legato alla figura di Adriano Olivetti da due cose da cui ho personalmente tratto beneficio.
      Grazie alle macchine per scrivere elettriche prodotte dalla sua azienda, io, disabile, ho potuto avanzare negli studi, cosa che mi sarebbe stata preclusa se non avessi avuto a disposizione quei provvidenziali strumenti.
      Una delle sue figlie, laureata in Medicina, faceva il volontariato presso la scuola elementare da me frequentata, dimostrando nel prendersi cura della salute degli scolari non solo alta professionalità ma anche sincera umanità.

      Il giudizio storico che si dà su una persona e sul suo operato deve però prescindere dalla simpatia o dalla gratitudine che si prova per quella persona. Non per tradirne la figura e nemmeno per smontarne la grandezza ma semplicemente per esprimere un'opinione il più possibile equilibrata.
      Cosa, dunque, è ancora attuale dell'esperienza di Adriano Olivetti e cosa si è dimostrato utopico, irrealizzabile?

      L'attualità o forse, per meglio dire, la praticabilità ai giorni nostri delle proposte di Adriano Olivetti risiede nella sua imprenditoria impregnata di filantropia e cultura umanistica: filantropia nell'essere di aiuto ai lavoratori anche nelle loro esigenze extralavorative; cultura umanistica nel comprendere che immettendo la Cultura nella filosofia manageriale, si rendono più produttive le aziende.
       Olivetti fece grande la sua industria di macchine per scrivere coinvolgendo intellettuali e uomini di cultura nella gestione della sua impresa e comprese che migliorando l'acculturazione delle sue maestranze si incrementavano i profitti.
      Che poi Adriano destinasse in gran parte questi profitti nei suoi progetti utopistici, è tutt'altro discorso.
      Resta comunque una pietra miliare la sua attenzione alle acquisizioni culturali dei dipendenti come base per le loro abilità tecniche. L'esempio, più volte citato, di quel giovane laureato in Storia Medievale che, dopo il colloquio sostenuto direttamente con Adriano, venne da quest'ultimo assunto come direttore di un negozio Olivetti, la dice lunga sulla sua capacità di comprendere che una persona che abbia la mente allargata da studi umanistici è in grado di svolgere, e meglio di tanti altri, anche mansioni tecniche.
       La sua intuizione di legare produzione e cultura è stata ereditata, ben più che in Italia, negli U.S.A., dove da almeno vent'anni i manager e i CEO non vengono più selezionati fra i "tecnici" ma fra gli "umanisti". Con enorme beneficio per la produttività.

      Pure moderna fu la sua attenzione alla ricerca, alla sperimentazione, al fine di offrire al mercato prodotti sempre più all'avanguardia. Non fu il solo, certo, a seguire allora la filosofia dell'innovazione ma solo negli ultimi anni essa sembra essere tornata di attualità in Italia.

      Altro lascito attuale, e anche in questo caso, più auspicabile che in attuazione, è l'attenzione delle aziende al territorio dove operano, che devono contribuire a rendere migliore e vivibile. Le sue incessanti proposte urbanistiche costituiscono l'esempio più luminoso di un imprenditore attento alla società in cui opera e non certo limitantesi ad una più giusta logica di profitto.

      Così come è attuale, anzi, sta tornando di attualità grazie all'attenzione che gli sta rivolgendo il Governo Renzi, il cosiddetto welfare aziendale, quelle iniziative volte a sostenere e migliorare la vita dei lavoratori.
       In ciò Olivetti fu un vero campione, attento come pochi altri al benessere dei suoi dipendenti.
      Va comunque rilevato che non fu il solo negli anni in cui poté operare. La FIAT guidata da Valletta, che pure era lontanissimo dall'Olivetti quanto a filosofia politica dei rapporti industriali, aveva messo su in quegli stessi anni un welfare aziendale (aiuti nelle situazioni di bisogno, case per i dipendenti, mutua aziendale che FUNZIONAVA SENZA SPRECHI) che, con gli anni '70, venne di fatto distrutto per colpa dei sindacati, ideologicamente contrari alla privatizzazione dell'assistenza.

      A ciò, però, va aggiunta una considerazione. Il welfare aziendale Olivetti e anche la sua scelta di concedere ai dipendenti stipendi più alti della media furono possibili non solo dalle sue felici intuizioni innovative circa i prodotti da realizzare e da vendere ma anche dal periodo di boom economico degli anni '50.
      Resta senza risposta la domanda di quanto di queste concessioni filantropiche sarebbe sopravvissuto di fronte alle crisi economiche degli anni successivi se la morte non avesse portato via prematuramente Adriano Olivetti nel 1960. Cosa avrebbe fatto di fronte alla necessità di ridurre spese e stanziamenti per salvare la produttività aziendale? Avrebbe arretrato per seguire la via della ragionevolezza o avrebbe insistito facendo correre seri rischi ai bilanci della sua azienda?

      Dove invece l'esperienza di Adriano Olivetti non è più attuale, anzi, si è rivelata, già con lui ancora vivo, è nei suoi aspetti utopistici.
      La prospettiva "comunista" di gestione aziendale in comune con i lavoratori venne di fatto mandata subito in soffitta dagli stessi dipendenti dell'Olivetti, che non accolsero l'invito di Adriano di condividere non solo i profitti ma anche la partecipazione e la responsabilità del ciclo produttivo. Esempio paradigmatico di quello che era, e sarà sempre, l'atteggiamento delle masse che aderiscono alle tesi anticapitaliste: vogliono soldi e benessere ma non assumersi i rischi delle imprese.
      Altra prospettiva irrealizzabile fu la visione di una società governata da una politica senza i partiti. Certo, la nobile utopia di Adriano non va confusa col populismo becero e millantatore dei giorni nostri e non fu mai il portatore dell'assurdo slogan "né di destra né di sinistra", anzi, la sua collocazione politica rimase sempre all'interno della Sinistra riformatrice, a metà strada fra P.S.I. e P.S.D.I. Ma sognare una società che dal basso si autogoverna senza corpi organizzati intermedi, i partiti appunto, significa andare contro l'unica forma possibile di democrazia in un Paese liberale e avanzato, quella della delega, quello del parlamentarismo. Non a caso, i risultati elettorali del movimento creato da Olivetti, quello delle Comunità, fu alquanto deludente a livello nazionale, rimanendo i suoi consensi circoscritti al solo "feudo" di Ivrea, che non a caso era ed è un piccolo centro urbano.
      Del pari utopistica fu la proposta di Adriano di suddividere la democrazia "diretta" italiana in piccole unità territoriali, raggruppanti circa 100.000 abitanti e comprendenti produzioni sia industriali che agricole, in un'implicita tendenza all'autarchia e all'autoconsumo.
      Elogio del piccolo e dell'autosufficiente, dunque. Certo, in presenza di Adriano Olivetti, non si può parlare di involontaria e potenziale deriva reazionaria, come invece va fatto per i movimenti e i partiti populisti del giorno d'oggi, che difendendo gli interessi dei "piccoli" negano l'idea di progresso, che solo sul "grande" può svilupparsi. Visione del piccolo e dell'autogestione che del resto fu lo stesso Olivetti a smentire all'atto pratico nel suo ruolo di industriale; la sua azienda, infatti, poté ottenere ampi profitti solo puntando sul "grande" dei suoi prodotti e su un mercato di ampio respiro, senza ombra di dubbio mondiale, e non certo su prospettive di vendita limitate alla "provincia" preconizzata dal suo federalismo utopista.

      Grande, grandissima persona, Adriano Olivetti, che realizzò grandi cose e fece cose grandi per la gente ma fece anche sogni troppo grandi e perciò irrealizzabili.

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