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Conty Gian Contardo Colombari
Il Giacomo Casanova di Matteo Strukul
post pubblicato in Diario, il 4 aprile 2018

Chi si aspettasse che il Giacomo Casanova di Matteo Strukul (Mondadori Editore) sia una nuova biografia romanzata sulla scia della fortunata tetralogia sugli esponenti dei Medici, rimarrebbe deluso. Piacevolmente deluso.

Nel senso che l'Autore in questa sua nuova e riuscitissima prova letteraria limita a soli due anni l'arco di tempo in cui narrare le avventure del celebre libertino veneziano.

Diciamo che, come tutti i grandi romanzieri, Matteo Strukul ad ogni suo libro sorprende il lettore con novità che pure rientrano in un suo ormai inconfondibile e collaudato stile letterario. E, come ogni scrittore degno di questo nome, ogni suo libro rappresenta un deciso ed evidente passo in avanti lungo la strada del perfezionamento del proprio modo di comporre opere letterarie.

La trama non risulta affatto impoverita da questa riduzione dell'ambito temporale, anzi, non abbracciando l'intera vita del protagonista essa risulta maggiormente coesa ed esaustiva nel suo dispiegarsi di vicende, di ambientazioni e di esposizioni del contesto storico in cui si svolge.

Da essa emergono comunque le qualità di romanziere di Matteo Strukul che ben conosciamo dalla lettura dei volumi del suo ciclo mediceo: intreccio avvincente di vicende, grande attenzione alla psicologia dei personaggi, precise descrizioni di ambienti, palazzi e paesaggi, rigorosa collocazione nel contesto storico pur nella necessaria "contaminazione" con le invenzioni letterari, capitoli avvincenti come un thriller e come una spy story, passaggi che possono senza alcun dubbio appartenere di diritto alla Poesia con la "p" maiuscola, esposizione chiara, lineare, che fa sì che il Giacomo Casanova si legga tutto d'un fiato, allo stesso modo in cui si beve un bicchiere d'acqua fresca o d'un buon vino veneto.

Evoluzione nella continuità, dunque, quella del Matteo Strukul romanziere, che lo fa già collocare fra i grandi della letteratura italiana contemporanea e non solo.

Romanzo d'avventure innanzitutto e poi anche storico, il Giacomo Casanova di Matteo Strukul ci offre due spunti di grande riflessione storica: quello di un grande personaggio che però opera ai margini degli eventi della sua epoca, un antieroe come lo definisce l'Autore; quello di una Repubblica di Venezia ormai immobile, incapace di rinverdire il suo glorioso passato, rigida in un conformismo di facciata dietro cui opera una classe politica incapace di rinnovarsi e di proporre soluzioni adeguate alle sfide dei tempi e intenta solo ad organizzare intrighi e giochi di potere tra fazioni. Sembra, purtroppo, l'Italia di oggi.

A maggior ragione, il Giacomo Casanova di Matteo Strukul è un romanzo da leggersi assolutamente, per assaporare un libro di grande valore e per riflettere sul nostro presente, che è sempre figlio del nostro passato.

Un'ultima considerazione: questo nuovo capolavoro dell'Autore copre due soli anni della vita di Casanova. E' lecito aspettarsi altri nuovi romanzi di Matteo Strukul su questo affascinante e un po' inquietante antieroe.

E' una speranza ma è anche una richiesta. Mia e di tutti gli altri suoi numerosissimi lettori.


"I promessi sposi" romanzo della sfiga?
post pubblicato in Diario, il 11 maggio 2016

      Umberto Eco sosteneva in Opera aperta che uno scritto potesse essere interpretato liberamente e in tutti i modi possibili dai lettori, tesi questa parzialmente rettificata nel suo successivo saggio I limiti dell'interpretazione.

     Diciamo che un'eccessiva libertà di interpretazione se la presero i critici letterari marxisti, quando videro nella folla e nelle traversie di Renzo e Lucia i simboli del proletariato oppresso. Niente di più infondato: Renzo e Lucia appartenevano a quella classe di contadini-operai piccoli proprietari terrieri che nei secoli successivi non sarebbe di sicuro stata su posizioni rivoluzionarie, mentre la folla, soprattutto quella della rivolta del pane a Milano, non aveva nulla di quella coscienza di classe acquisita che secondo i canoni marxisti caratterizza il proletariato. Anzi, in parecchi passi il Manzoni, pur stando dalla parte dei poveri, denuncia lucidamente la strumentalizzazione della rabbia popolare e il rischio che la gente cada in quelle che oggi chiamiamo derive populiste.

      Fermo restando, dunque, che I promessi sposi sono e rimangono un romanzo della fede e che ha come protagonista principale la Divina Provvidenza, proviamo, a puro gioco letterario, a vederlo anche come romanzo in cui la sfiga si accanisce contro alcuni protagonisti.

     Prendiamo il povero don Rodrigo. Organizza il rapimento di Lucia, manda in paese i suoi bravi guidati dal Griso e che succede? Che Lucia, Renzo e Agnese se ne vanno da don Abbondio per cercare di fregarlo col matrimonio a sorpresa e così il Griso e compagni si recano alla casa di Agnese per rapire Lucia e non trovano quella che Manzoni chiama "la povera giovane".

     E Renzo? Va a Milano il giorno della rivolta del pane, dà una mano a Ferrer a difendere l'ordine costituito contro i facinorosi, poi fa un discorso sconclusionato che lo fa passare per un facinoroso e sfugge per un pelo all'arresto con l'accusa di essere uno dei capi della rivolta.

     Quando poi tornerà a Milano, con l'epidemia di peste in corso, verrà scambiato per un untore e rischierà il linciaggio da parte della folla.

     Va cioè due volte a Milano e in entrambe le occasioni rischia grosso. Probabilmente non si recherà più a Milano.

     Il rapimento di Lucia, quello che riesce ad opera dell'Innominato, è addirittura caratterizzato da una triplice sfiga, attinente alla conversione di quest'ultimo:

            a) sfiga di don Rodrigo e pure beffarda: Lucia è finalmente stata rapita ma l'Innominato si ravvede e, nisba, la ragassuola gli sfugge anche stavolta, perché viene subito liberata;

           b) sfiga di Renzo: Lucia viene liberata dall'Inno minato e sembrerebbe tutto a posto ma la ragassuola nella notte ha fatto voto di castità e non potrà più sposare Renzo; per fortuna, fra' Cristoforo con la sua profonda cultura teologica riuscirà a convincerla che quel voto non ha valore (infatti, non ha raggiunto il quorum per rendere valida l'abrogazione della promessa di matrimonio);

            c) sfiga di Lucia: fa voto di castità e il giorno dopo l'Innominato si converte (non poteva, quest'ultimo, convertirsi la sera, quando la vide, anziché il giorno dopo, quando si recò dal cardinal Federigo?).

     Romanzo della sfiga, dunque, I promessi sposi? Non esageriamo: sono e rimangono il romanzo della fede e della Divina Provvidenza. Anche perché, come ci insegna l'Eco più maturo, la libertà dell'interpretazione ha pur sempre i suoi limiti.

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