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Conty Gian Contardo Colombari
Recensione a "Origin" di Dan Brown
post pubblicato in Diario, il 16 gennaio 2018

Ci sono scrittori, di talento, che in ogni loro nuova prova letteraria migliorano rispetto alla precedente, in una continuità stilistica che di volta in volta si arricchisce e beneficia del progredire dell'autore.

Il primo di essi che mi viene in mente è Matteo Strukul, la cui quadrilogia di romanzi storici sulla dinastia dei Medici testimonia non solo un grande valore già nel primo di essi, quello su Cosimo il Vecchio, ma anche un arricchimento letterario progressivo in quelli successivi.

Lo stesso non si può dire di Dan Brown. Limitandoci anche solo ai thriller incentrati sul personaggio di Robert Langdon, non si vede alcun miglioramento, alcun affinamento stilistico, alcun superamento dei suoi limiti di scrittore, già evidente in Angeli e demoni, il primo della serie.

E, francamente, nemmeno dei limiti dei suoi editor, visti i ripetuti strafalcioni contenuti in questi romanzi.

L'ultimo dei quali, Origin, non costituisce eccezione.

Certo, anche questo thriller di Dan Brown è di godibile lettura per chi non è attento ai particolari e regala comunque ai loro fruitori pagine in cui distendersi e appassionarsi.

Ma ciò ovviamente non basta a farne un capolavoro e probabilmente non rientrava nemmeno nelle intenzioni di autore ed editore.

Origin presenta la solita "browniana" mancanza di attenzione ai particolari, lo stesso stravolgere dati reali non per necessità di trama. A cominciare dal fatto che, pur essendo la Spagna una monarchia, vi si cita un "presidente del paese" ("paese" oltretutto senza l'iniziale maiuscola), carica che non esiste nel regno iberico; cosa costava indicarne il titolare come "premier" o come "primo ministro"? Non parliamo poi dell'indicato potere del re di Spagna di far svolgere indagini e ordinare arresti, potestà queste che anche in Spagna sono del governo e della Polizia, e non certo della Corte e del corpo delle Guardie Reali.

      Passando attraverso l'inspiegabile citazione di Leonardo come "da Vinci", quando in Italia il genio rinascimentale è noto semplicemente come Leonardo. Ma questo forse non dipende da Dan Brown (forse nel mondo anglosassone viene effettivamente chiamato "da Vinci") bensì dalla poca abilità di chi ha tradotto il romanzo in italiano.

      Stona anche la figura un po'i mbarazzante, e sicuramente distorta rispetto alla realtà, che in Origin fa la famiglia reale spagnola.

      Stessi difetti, stessa impostazione (sia pure con l'introduzione di nuove situazioni e nuove ambientazioni), quella di Origin rispetto ai precedenti capitoli della "saga" di Robert Langdon. Con in più una certa prevedibilità del finale, che i precedenti romanzi non avevano: già a metà trama risulta intuibile chi sia il mandante dell'omicidio di Edmond Kirsch.

      A ciò si aggiunga, come già per Angeli e demoni, un uso disinvolto e superficiale delle teorie scientifiche. La teoria che in Origin Edmond Kirsch vuole rivelare e che secondo lui porrà fine alle religioni, e cioè che la vita sulla Terra sia scaturita da scariche elettriche sugli aminoacidi, oltre ad essere già conosciuta da decenni, non ha affatto sconvolto né le basi dogmatiche delle varie religioni del pianeta né la fede di miliardi di credenti.

      E qui si dovrebbe aprire il discorso, non letterario ma etico, sull'evidente polemica antireligiosa e sopratutto anticattolica che attraversa i romanzi di Dan Brown. Polemica un po' subdola, perché seminascosta nelle pagine di thriller, i quali catturano l'attenzione per tutt'altri motivi: polemica quasi "subliminale", la più pericolosa perché può passare inosservata o essere giudicata come un mero artificio stilistico.

      Dan Brown utilizza l'arma anticattolica perché, purtroppo, attira lettori e quindi vendite di copie, la usa cioè in modo opportunista oppure i suoi romanzi sono un consapevole strumento contro la religione e contro la Chiesa cattolica?

      Non ho la risposta a questa domanda. Di sicuro, come credente e come cattolico, trovo inquietante sia che si usi l'anticattolicesimo per scopi di business editoriali, sia che un romanzo venga utilizzato per propagandare idee antireligiose e anticristiane.


Nemmeno ai funerali
post pubblicato in Diario, il 12 luglio 2017

Il funerale di un proprio congiunto è sempre occasione di dolore, di consapevolezza del distacco definitivo. Tutti dovrebbero essere disposti ad alleviare con ogni tipo di conforto il dolore di chi è colpito dal lutto. Tutti, compresi i sacerdoti.

Sabato scorso, 8 luglio 2017, è mancato mio padre, Vincenzo Colombari.

Io non avrei voluto far celebrare le sue esequie alla parrocchia di Santa Rita a Torino, perché, pur essendo la nostra come competenza territoriale, non la frequentavamo più da quando, ultimo fra un certo numero di sgarbi ricevuti, il sacrestano una volta ci cacciò via dalla chiesa mentre stavamo pregando con la "motivazione" che ci eravamo seduti su posti riservati. In una chiesa oltretutto vuota.

Presi atto che a Santa Rita ci sono fedeli di Serie A e fedeli di Serie B, e iniziai a portare mio padre, già novantenne, alla vicina parrocchia Maria Madre della Chiesa, dove tutti, compreso il sacrestano, ci hanno accolto col sorriso ogni volta che andavamo a pregare.

Purtroppo non mi è stato possibile far svolgere il funerale di mio padre in quella parrocchia e così ho ripiegato su Santa Rita, dando alla cosa il significato di un tentativo di riconciliazione, di perdono da parte mia per le tante dimostrazioni di insensibilità da noi ricevute dal parroco e dai suoi collaboratori.

Il 10 luglio, in occasione delle esequie di mio padre, il parroco non ha smentito la sua fama di persona insensibile, arrogante e perfino maleducata.

Già l'arrivo del feretro di mio padre in chiesa è avvenuto nella totale mancanza di rispetto: le campane non suonavano e al loro posto uno stereo sparava a tutto volume la musica con cui i ragazzi si stavano divertendo.

Poco prima dell'inizio della funzione, la mia badante è andata a chiedergli se potevo far leggere una commemorazione di mio padre e il parroco l'ha insultata ("Ma lei è matta!", - le ha detto, fra parentesi in chiesa, dove nessuno e men che mai un prete dovrebbe urlare e insultare chicchessia), poi si è messo a sbraitare che la durata della funzione sarebbe stata minore di quella della commemorazione, infine ha preteso che se ne leggesse solo una brevissima parte, massimo venti righe.

      Fra parentesi, alle esequie di mia madre, cinque anni fa, l'allora viceparroco non fece alcuna storia, non si mise ad insultare la gente in chiesa e ci fece leggere la commemorazione con calma e integralmente.

      Per rispetto verso la Chiesa (quella vera, quella di Gesù e di Papa Francesco, non certo il santuario di Santa Rita in questi anni) e verso mio padre, ho voluto evitare discussioni e ho fatto leggere l'intera commemorazione al termine del funerale, all'uscita dalla chiesa, sul piazzale.

      Fra parentesi, la lettura della commemorazione è durata tre minuti circa, molto meno di quella del funerale di mio padre, per altro officiato dal parroco con una fretta eccessiva e senza nemmeno rivolgere ai parenti del defunto un sorriso o qualche parola di conforto.

      Se il funerale di mio padre fosse stato celebrato da un ateo, avrebbe sicuramente dimostrato molta di più carità cristiana del parroco di Santa Rita a Torino.



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permalink | inviato da libdemsub il 12/7/2017 alle 8:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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